Capire prima di trattare: la nuova frontiera nella gestione del dolore neuropatico spiegata dal Fisioterapista Nazzareno Rosi

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In fisioterapia, le neuropatie e il dolore neuropatico rappresentano uno degli ambiti più complessi da affrontare, non solo per la varietà dei meccanismi coinvolti, ma anche per la mancanza di strumenti realmente aggiornati per comprenderli e trattarli. Troppo spesso l’attenzione clinica si concentra solo sugli aspetti motori e sensitivi, tralasciando componenti fondamentali come le piccole fibre nervose o il sistema nervoso autonomo — elementi chiave per interpretare correttamente il dolore persistente e le sue manifestazioni.

Negli ultimi anni la ricerca ha mostrato con chiarezza che le neuropatie non si esauriscono nella compressione meccanica: processi di neuroinfiammazione, sensibilizzazione centrale e disfunzione simpatica giocano un ruolo determinante nella genesi e nel mantenimento del dolore. Per questo motivo, la formazione dei fisioterapisti è oggi chiamata a evolvere verso una visione più integrata, in cui la valutazione neurologica approfondita e il ragionamento clinico guidato dai meccanismi diventino competenze centrali nella pratica quotidiana.

In questa prospettiva si inserisce il corso Valutazione avanzata e trattamento di neuropatie, dolore neuropatico e sistema nervoso autonomo promosso da Sinergia&Svilupo in collaborazione con Salus, diretto dal responsabile scientifico Nazzareno Rosi e condotto dai docenti Hubert Van Griensven e Gianpiero Capra in programma a Foligno dal 13 al 15 febbraio 2026.

Per capire di più sul tema, abbiamo intervistato il Fisioterapista Nazzareno Rosi:

Negli ultimi anni si parla molto delle varie tipologie di dolore. Da cosa nasce l’esigenza di un corso specifico sul dolore neuropatico e quali vuoti formativi intende colmare?

L’esigenza nasce da un paradosso che viviamo quotidianamente in clinica: solo il 30% dei pazienti con radicolopatia documentata viene classificato come “neuropatico” dai questionari standard, eppure il 70% presenta sintomi che si estendono oltre i dermatomeri classici. Come è possibile? Il problema è che continuiamo a valutare solo una parte del quadro. Testiamo la forza, i riflessi, la sensibilità tattile, ma raramente valutiamo le piccole fibre o il sistema nervoso autonomo, che invece sono spesso coinvolti precocemente nelle neuropatie da intrappolamento.

Il corso colma questo gap fornendo strumenti concreti per una valutazione neurologica completa e un ragionamento clinico basato sui meccanismi. La ricerca recente ci mostra che nelle neuropatie non c’è solo compressione meccanica, ma neuroinfiammazione locale e remota, sensibilizzazione centrale, disfunzione simpatica. Eppure applichiamo ancora protocolli standardizzati a tutti i pazienti con la stessa etichetta diagnostica. Il corso insegna invece a identificare i “driver” predominanti in ciascun paziente per personalizzare realmente l’intervento.

Non si tratta di imparare nuove tecniche spettacolari, ma di affinare il ragionamento clinico: passare dal “questo paziente ha sciatica, faccio slump stretch” al “quali meccanismi stanno guidando il problema in questo specifico paziente, e come integro valutazione e trattamento di conseguenza”. È un cambio di paradigma necessario per ottenere risultati migliori nella pratica quotidiana.

Il programma alterna momenti teorici a sessioni pratiche. Quali strumenti o tecniche ritiene fondamentali per migliorare la valutazione e il trattamento del paziente con dolore neuropatico?

Il corso privilegia nettamente la pratica clinica, anche se naturalmente fornisce le basi teoriche necessarie. Sul versante della valutazione, lo strumento fondamentale è imparare a testare davvero tutto il sistema nervoso, non solo i riflessi e la forza muscolare. Questo significa acquisire competenza nei test specifici per le piccole fibre nervose, che sono spesso colpite precocemente ma raramente valutate nella routine clinica. I test neurodinamici vengono insegnati con i criteri validati dalla ricerca, superando l’approccio empirico che spesso genera confusione interpretativa.

Sul fronte del trattamento, l’integrazione è la parola chiave. Le tecniche sul tessuto connettivo non vengono proposte solo per un effetto locale, ma per la loro capacità documentata di influenzare il sistema nervoso autonomo. Sappiamo dalle evidenze che le mobilizzazioni articolari, per esempio quelle toraciche, producono effetti misurabili sul sistema simpatico. Ma forse l’aspetto più innovativo è l’utilizzo della Graded Motor Imagery, che agisce sulla riprogrammazione corticale. Quando abbiamo alterazioni della rappresentazione corporea, come spesso accade nel dolore cronico, lavorare solo sulla periferia non basta. Servono strategie che dialoghino con il sistema nervoso centrale, e la Motor Imagery è uno strumento potente in questo senso.

Il sistema nervoso autonomo è spesso un “grande assente” nella formazione fisioterapica. Perché oggi è urgente imparare a riconoscerne i segni di disfunzione e in che modo questo influisce sulla gestione del dolore persistente?

Il sistema nervoso autonomo è davvero il grande assente nella formazione di base, eppure è una delle chiavi per comprendere il dolore persistente. Quando un paziente ci racconta di sudorazione anomala, alterazioni del colore o della temperatura cutanea, variazioni nella crescita di peli o unghie, questi non sono dettagli trascurabili ma potenziali segnali di disfunzione autonomica. Il problema è che se non siamo stati formati a cercare questi segni, semplicemente non li vediamo.

La disfunzione del sistema nervoso autonomo non è solo un epifenomeno del dolore cronico, ma può essere un fattore predittivo di cronicizzazione. Lo stress cronico e la sensibilizzazione centrale si manifestano proprio attraverso segni autonomici. Un paziente con dolore persistente e marcata iperattività simpatica ha un profilo clinico diverso da uno senza questi segni, e probabilmente necessita di strategie terapeutiche diverse. Sapere intervenire sul sistema nervoso autonomo, per esempio attraverso mobilizzazioni toraciche che hanno dimostrato effetti sul sistema simpatico, significa avere un’arma in più contro la cronicizzazione del dolore. Non è un aspetto esoterico della fisioterapia, è clinica quotidiana che però va riconosciuta e trattata con competenza.

In cosa si distingue questo corso rispetto ad altre proposte avanzate nell’ambito della fisioterapia del dolore? Che valore aggiunto porterà concretamente nella pratica clinica dei partecipanti le notevoli competenze specifiche dei docenti Hubert Van Griensven  e Gianpiero Capra?

Questo corso si distingue per una combinazione rara: l’eccellenza della ricerca universitaria incontra la profonda esperienza clinica. Il dottor Van Griensven porta l’autorevolezza della ricerca condotta nelle università londinesi, con una visione aggiornata e scientificamente solida dei meccanismi del dolore neuropatico. Dall’altra parte, il dottor Capra garantisce che ogni concetto, per quanto complesso, venga immediatamente tradotto in strategie cliniche applicabili. Non è un corso dove si esce con tante belle idee teoriche ma senza sapere cosa fare il lunedì mattina con il paziente. 

Il valore aggiunto concreto sta proprio in questa sintesi: comprendere i meccanismi neurofisiologici più recenti e contemporaneamente acquisire gli strumenti pratici per applicarli. Troppo spesso i corsi sono o eccessivamente teorici o puramente tecnici. Qui l’integrazione tra ricerca e pratica clinica è reale, non dichiarata sulla carta. Ogni partecipante potrà contare su una supervisione pratica eccellente durante le sessioni hands-on, con la garanzia che i concetti complessi vengano resi accessibili e immediatamente utilizzabili nel proprio contesto clinico.

Può condividere un esempio clinico che mostri come un approccio integrato a neuropatie e disfunzioni del sistema nervoso autonomo possa cambiare l’esito terapeutico?

Prendiamo un caso che molti hanno incontrato: un paziente con dolore persistente al ginocchio dopo intervento chirurgico, ormai da oltre quattro mesi. Presenta allodinia, quindi dolore evocato da stimoli normalmente non dolorosi, e alterazioni termiche evidenti nella zona. L’approccio classico potrebbe limitarsi a mobilizzazioni, esercizi di rinforzo, magari qualche tecnica neurodinamica. Ma spesso questo non basta, e il paziente rimane intrappolato in un circolo vizioso.

Un approccio integrato parte da una diagnosi differenziale accurata per escludere intrappolamenti nervosi periferici che potrebbero complicare il quadro. Poi riconosce che le alterazioni termiche e l’allodinia segnalano una disfunzione del sistema nervoso autonomo e probabilmente alterazioni della rappresentazione corticale del ginocchio. A questo punto entrano in gioco strumenti come la Graded Motor Imagery, che lavora sulla rappresentazione corticale senza toccare fisicamente il paziente, riducendo così la minaccia percepita. Parallelamente, mobilizzazioni mirate possono influenzare l’iperattività simpatica documentata dai segni autonomici.

L’esito cambia radicalmente: invece di continuare a trattare localmente un problema che ha ormai una componente centrale significativa, si agisce su più livelli simultaneamente. Il dolore diminuisce, le alterazioni autonomiche regrediscono, il paziente recupera funzione. Non è magia, è semplicemente riconoscere tutti i meccanismi in gioco e avere gli strumenti per affrontarli.

Guardando al futuro, quali competenze ritiene imprescindibili per i fisioterapisti che si occupano di dolore neuropatico e disturbi del sistema nervoso autonomo?

Guardando al futuro, direi che sono tre le competenze davvero imprescindibili. La prima è un ragionamento clinico solido, capace di leggere realmente i segni e i sintomi del paziente senza affidarsi a protocolli standardizzati. Questo significa saper distinguere quando il dolore è sostenuto prevalentemente da meccanismi periferici, quando invece prevalgono componenti centrali, quando il sistema nervoso autonomo gioca un ruolo determinante. Senza questa capacità di analisi, rischiamo di applicare tecniche a caso sperando che funzionino.

La seconda competenza è padroneggiare una valutazione neurologica completa, non limitata ai test classici che tutti conosciamo. Significa saper valutare i nervi cranici quando necessario, essere competenti nei test per le piccole fibre nervose, riconoscere i segni di disfunzione autonomica. Troppo spesso ci accontentiamo di una valutazione superficiale perché non abbiamo gli strumenti per approfondire.

La terza competenza, forse la più importante, è l’integrazione terapeutica. Il futuro non è nella super-specializzazione su una singola tecnica, ma nella capacità di integrare approcci diversi in base alle necessità del paziente. Questo significa spaziare dalle tecniche periferiche come la neurodinamica, alle strategie che modulano il sistema nervoso centrale come la Motor Imagery, fino agli interventi sul tessuto connettivo che influenzano il sistema nervoso autonomo. Chi saprà integrare questi livelli di intervento avrà realmente una marcia in più nella gestione del dolore neuropatico.

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