In occasione del corso “Introduzione alla Neurodinamica. Quadrante superiore ed inferiore”, in programma il 13 e 14 dicembre 2025 a Galzignano Terme (Padova), abbiamo incontrato il docente Michele Margelli, fisioterapista con una lunga esperienza clinica e didattica nel trattamento del dolore e delle neuropatie.
Con lui abbiamo approfondito perché la neurodinamica rappresenti oggi una metodica fondamentale per i professionisti della riabilitazione, quali siano le sue peculiarità rispetto ad altri approcci manuali e in che modo le tecniche insegnate possano essere integrate fin da subito nella pratica quotidiana. Buona lettura!
Perché oggi è importante acquisire competenze specifiche in neurodinamica?
Perché tante problematiche di dolore muscoloscheletriche possono essere interfacciate direttamente stimolando la componente “nervosa” che spesso passa inosservata. La neurodinamica ci aiuta a capire come il sistema nervoso si muove e interagisce con i tessuti intorno, dandoci strumenti pratici per migliorare dolore, sensibilità e funzionalità dei pazienti.
Cosa distingue la neurodinamica da altri approcci manuali?
La differenza è che qui al centro non c’è solo muscolo o articolazione, ma proprio il nervo e il suo comportamento, la sua fisiologia. Non si tratta di “allungare” un nervo, ma di interagire con lui per recuperare mobilità, ridurre l’irritabilità. È un approccio molto mirato e capace di interfacciassi con situazioni anche di estrema suscettibilità.
In quali patologie fa la differenza?
Pensiamo a sciatalgie, tunnel carpale, sindromi da intrappolamenti nervosi al gomito o al polso, ma anche a radicolopatie cervicali o lombari. La neurodinamica si rivela preziosa in tutte le situazioni in cui il nervo è “irritato”. Ma è capace di trattare tutte le situazioni di dolore anche non in riferimento diretto ad un coinvolgimento nervoso.
Perché tanta pratica tra i partecipanti?
Perché la neurodinamica tecnicamente è anche una questione di manualità. Provare le tecniche tra colleghi permette di capire subito come dosare i movimenti, come adattarli alla tolleranza del paziente e come inserire piccoli test-trattamenti nella valutazione di ogni giorno.
Quali tecniche vengono insegnate e quanto sono integrabili nella pratica?
Si imparano sia i test principali (come quelli per valutare nervo sciatico, mediano, radiale, ulnare) sia le tecniche di trattamento, come ma non soltanto, i cosiddetti “sliders” e “tensioners”. Sono procedure semplici, ma direttamente efficaci che si possono inserire senza problemi in qualsiasi setting.
Quanto conta l’esame neurologico?
Tantissimo. È quello che ci permette di distinguere un coinvolgimento neurale e la sua gravità. Senza questa base rischiamo di gestire in maniera inappropriata condizioni dai risvolti anche gravi e importanti.
Un esempio concreto di nuovo ragionamento clinico?
Un caso tipico è un dolore sciatalgico. Spesso ci si concentra sul ripristino della mobilità della colonna, ma con la neurodinamica si può interagire col nervo stesso. In questo modo il trattamento può adattarsi meglio alle necessità del paziente tramite movimenti delicati che migliorano lo scorrimento del nervo e riducono i sintomi velocemente.
Come si integrano evidenze scientifiche ed esperienza clinica?
Il corso è costruito su ciò che la letteratura dice oggi, ma sempre collegato a casi concreti e strumenti pratici. Ogni tecnica viene spiegata con il suo “perché” e con esempi clinici, così da trasformare i dati della ricerca in azioni utili subito, il tutto filtrato anche da anni di esperienza clinica e didattica sull’argomento.
A chi lo consiglieresti?
A chiunque lavori in ambito muscoloscheletrico: dal neolaureato che vuole strumenti sicuri e aggiornati, al fisioterapista esperto che si trova davanti pazienti complessi e persistenti. È utile in qualsiasi fase della carriera, in quanto rappresenta un ulteriore strumento terapeutico.
Qual è il valore aggiunto immediato?
Dal giorno dopo si torna in studio con test, tecniche semplici da applicare. Questo significa avere subito più strumenti per selezionare il trattamento ideale per i pazienti, gestire meglio i flare-up e proporre esercizi più mirati. In pratica, un modo concreto per rendere la fisioterapia più efficace e moderna.
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